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lunedì 10 aprile 2017

ELEGGIAMO IL PRESIDENTE D'EUROPA

Corriere della Sera, 10/04/2017

LA PROPOSTA

Roberto Esposito e Ernesto Galli della Loggia

Può mai esistere un'Europa politica che non sappia da dove viene e che
cosa rappresenta? Che non sia consapevole della propria identità, e
cioè delle proprie radici? Si direbbe di sì se perfino nelle tante
analisi suscitate dall'anniversario dei Trattati di Roma non vi è stato
alcun richiamo a uno di questi temi. E invece noi siamo convinti che
chi vuole un'Europa politica proprio di ciò debba innanzi tutto
parlare: di radici storico-culturali, di identità.

Chi immagina un soggetto politico privo di una propria identità storico-
culturale e/o ignaro di essa immagina, infatti, qualcosa che non è mai
esistito. Principalmente per una ragione. Se la politica è quella
particolare sfera in cui ogni società colloca l'organizzazione del
potere a cui riconosce la legittima capacità di decidere (e quindi di
farsi obbedire), nonché i meccanismi volti a designare chi di quel
potere possa essere titolare, se la politica è questo, allora si
capisce che tra essa e l'identità storico-culturale della società -
cioè i valori, la storia e le tradizioni di questa, gli abiti di vita e
di pensiero che ne sono scaturiti - debba esserci per forza un profondo
legame vitale. Un legame che comuni interessi economici o condivise
regole giuridiche non bastano ad assicurare perché non in grado di
suscitare quel senso di appartenenza, quel sentire aperto alle emozioni
e al simbolico, quella passione dell'azione e dell'intelligenza, che
alla fine sono il cuore della politica. Sono per l'appunto le sue
radici perché sono le radici del legame sociale.

Di radici, in verità, si parlò nel momento in cui sembrò possibile
elaborare una Costituzione europea. Ma dopo il fallimento di quel
progetto la questione è stata messa da parte, cancellata. Ne è seguito,
non a caso, il totale abbandono del livello politico della discussione
sull'Europa, e lo spazio lasciato solo alla dimensione dell'economia,
nell'idea che ad essa avrebbe fatto seguito inevitabilmente anche la
dimensione della politica.

Fu una valutazione doppiamente sbagliata: tra l'altro perché l'economia
ha di per sé una dimensione globale e non continentale; e poi perché,
distaccata dalla politica, e tanto più quando investe l'ambito
monetario, essa tende più a dividere che a unire, in forza dei
differenti interessi in gioco (la lezione dell'euro è sotto gli occhi
di tutti).

L'incapacità, ma vorremmo dire la paura, di riconoscere all'Europa
un'identità storico-culturale ha molte cause. Innanzi tutto il nostro
terribile Novecento, dove proprio in nome dell'identità, ideologica o
razziale che fosse, sono stati commessi gli orrori che sappiamo. È come
se, uscita complessivamente sconfitta dalla guerra, e spartita di fatto
tra America e Russia, l'Europa abbia temuto di rivendicare la ricchezza
e la peculiarità di una vicenda che appariva colpevole in blocco. Tale
stato di minorità è durato fino a oggi. L'unica via per farci perdonare
prima il fascismo e poi il comunismo è parsa a noi europei quella di
sbiadire gli elementi costitutivi della nostra storia fino a
cancellarli.

Da qui i timori che ancora oggi accompagnano il discorso sulle radici
dell'Europa. Ci è sembrato rischioso proclamare ciò che invece è
evidente a chiunque guardi alla questione senza pregiudizi. E cioè che
l'Europa nel senso storico-culturale del termine, la nostra Europa,
nasce dall'incontro e dalla tensione tra la sua radice ebraico-
cristiana e quella razionalistico-illuminista - peraltro per tanti
aspetti sotterraneamente coincidenti - con il decisivo apporto del
diritto romano. Più precisamente, dalla secolarizzazione che
l'Illuminismo ha prodotto nei confronti del Cristianesimo, rendendone
compatibili i principi con quelli della democrazia. Da dove altro
vengono la Dichiarazione d'indipendenza americana e quella del 1789 sui
diritti dell'uomo e del cittadino?

Non è un caso se Hegel - in certo senso il massimo teorico di quella
particolarissima forma politica europea integralmente laica che è lo
Stato nazionale, da lui immaginato come il culmine della vita dello
spirito -, proprio Hegel individuasse nella modernità compiuta il farsi
mondo del Cristianesimo. Questo è un aspetto spesso trascurato, eppure
d'importanza decisiva. Che il maggior filosofo europeo leghi il destino
della politica moderna a quello del Cristianesimo segna profondamente
la formazione della coscienza occidentale. La stessa analisi di Max
Weber sul rapporto tra calvinismo e spirito del capitalismo conferma il
significato decisivo che ha avuto la secolarizzazione del Cristianesimo
nella costituzione della civiltà contemporanea.

La storia europea è stata anche un formidabile frutto del pensiero,
cioè della nostra radice culturale. Nei confronti della politica tale
pensiero ha avuto una funzione che può ben dirsi costituente: ne ha
prodotto indirettamente le forme e l'ha concettualizzata, ce l'ha fatta
intendere e ce ne ha fatto così essere partecipi. Un esempio? Tutto
quanto è accaduto nel mondo almeno fino alla seconda metà del Novecento
non è comprensibile fuori dal confronto, e anche dal conflitto, tra la
concezione di Marx e quella di Weber.

Certo, si è trattato di una storia tutt'altro che irenica, segnata da
opacità e violenze, da cui l'Europa, cento anni orsono, ha rischiato di
venire a sua volta distrutta. Ma che ha un profilo peculiarissimo e non
indegno, di cui non possiamo perdere le tracce, smarrendo in tal modo
le coordinate della nostra identità.

Rivendicare tali coordinate non soltanto non collide con l'esigenza di
confronto pacifico con altre culture, etnie, religioni - peraltro già
largamente presenti tra di noi - ma ne è la condizione. Sappiamo bene
che l'Europa è una parte, non il centro del mondo. Ma una parte, se
vuole essere tale e dialogare con le altre, deve pure sapersi
autodefinire in base ai propri principi costitutivi, di ordine storico
e simbolico. D'altro canto, perché sia preso sul serio, il concetto di
differenza - oggi giustamente così vivo e presente alla coscienza
contemporanea - deve necessariamente pensarsi insieme a quello di
identità. Solo un'identità, infatti, può essere «differente» da altre.
Viceversa, questa affermazione così ovvia è parsa più volte perdersi a
favore di un indistinto primato della differenza in quanto tale. Al
punto che si è arrivati a sostenere che l'identità dell'Europa
consisterebbe nell'«alterità» in sé e per sé. Vale a dire nel rifiuto
di ogni identità. Ebbene, se vuole diventare un soggetto politico
l'Unione Europea deve abbandonare decisamente questa strada.

M a a qualificare l'identità dell'Europa non basta certo il riferimento
di cui si è detto alla doppia radice ebraico-cristiana e illuministica.
È necessario altresì individuare il concreto orizzonte storico, e anche
culturale, filosofico, in cui l'incontro-scontro tra l'una e l'altra è
prevalentemente avvenuto.

A noi pare che questo incontro-scontro si sia essenzialmente giocato
nel rapporto tra latinità e germanesimo. Dove alla prima è capitato di
accogliere ed elaborare fin dall'inizio il germe fecondo della cultura
greca e il secondo è stato chiamato a misurarsi con la Zivilisation
anglo-francese a occidente e con le umbratili profondità del retaggio
russo-slavo ad oriente. Ebbene, se l'Europa deve avere un futuro
all'altezza del suo passato, tale rapporto va non solo tenuto sempre
presente, ma anche, vogliamo dirlo chiaramente, riequilibrato a favore
del mondo latino e mediterraneo in genere. Bisogna ammettere, da questo
punto di vista, che nell'atteggiamento con cui i tedeschi si rivolgono
ai Paesi meridionali - alla Grecia, ma anche all'Italia e alla Spagna,
e in qualche caso perfino alla Francia - c'è spesso un tratto di
supponenza che va nettamente contrastato. È vero che senza il blocco
tedesco l'Europa perderebbe gran parte della sua forza demografica ed
economica. Ma senza la tradizione greca e latina, smarrirebbe la sua
stessa anima. Certo, per Berlino è passata la grande storia, eppure, in
tutto il mondo, chi pensa l'Europa, non può non pensare a Roma, Atene,
Parigi, Siviglia.

Il significato e il compito dell'Europa, dunque, stanno soprattutto
nella capacità del suo fulcro latino-germanico di stabilire un rapporto
con il mondo mediterraneo, dalle colonne d'Ercole fino alle porte
dell'Asia Minore. Questi sono i confini - storici più che naturali -
dell'Europa. Segnati da un rapporto, prima di competizione e poi di
contaminazione, con la civiltà islamica araba e turca, nonché con il
mondo caspico-caucasico.

Noi pensiamo che spetti soprattutto al ceto intellettuale riprendere
tutti questi fili, porre con forza e illuminare il nodo dell'identità
storico-culturale dell'Europa. E che esso debba farlo con chiarezza e
amore per la verità. La posta in gioco è troppo importante perché ci si
faccia trattenere da pregiudizi all'insegna del politicamente corretto
o da accademici scrupoli di completezza filologica (tipo «ma c'è anche
questo...», «non bisogna dimenticare quello...» ).

Si con oscono i motivi che hanno spinto l'Unione ad allargarsi fino a
comprendere ventotto membri. Ma adesso che l'allargamento è stato
conseguito, ci sembra urgente ripensare l'intera vicenda. Conviene
farlo oggi più che mai, quando la Brexit e la politica dichiaratamente
antieuropea di Trump si presentano come altrettante sfide che chiedono
una risposta. Che potrà essere trovata, però, solo a condizione che
l'Europa interrompa la sua abdicazione rispetto alla politica, e che
essa, dunque, cessi una buona volta di pensarsi solo all'insegna
dell'economia e del diritto. Un diritto, va sottolineato, che fin qui
non è mai stato il diritto pubblico e costituzionale - quello che ha in
sé, per l'appunto, una dimensione costituente - bensì quello dei
diritti soggettivi, ovvero quello inteso a regolare i rapporti
mercantili e finanziari nell'economia globale.

È accaduto così, anche così, che l'Unione sia rimasta imprigionata in
un fittissimo reticolo di normative settoriali che hanno finito per
rappresentare la pietra tombale della dimensione politica. La quale
resta la grande assenza onnipresente nella costruzione europea, dal
momento che l'Unione non ha mai avuto il coraggio di fondare/dichiarare
la propria sovranità con un autonomo atto costituente che le assegnasse
un territorio, una storia, un compito. Atto che avrebbe necessariamente
dovuto porre in primo piano la volontà popolare, oggi come oggi l'unica
fonte possibile di un'autentica dichiarazione di sovranità.

Il problema attuale, dunque, non è quello di stabilire all'interno
dell'Unione Europea fantomatiche «velocità diverse», a nostro avviso
dal sicuro effetto disintegratore. Il compito più urgente è quello,
invece, di riuscire a immettere la volontà popolare entro le strutture
esistenti dell'Unione. Di farlo nel modo e nella misura possibili
purché si cominci subito a muovere in questa direzione. Proprio per
questo osiamo fare in merito una proposta.

Non c'è più il tempo di dare il via a una seconda, prevedibilmente
lunga e spossante, fase costituente vera e propria, impegnata nella
stesura di una Costituzione. Il solo modo oggi pensabile perché si
manifesti la volontà sovrana del popolo è quello rappresentato
puramente e semplicemente dal momento elettorale. Si tratterebbe
allora, previa una rapida revisione dei Trattati, di far eleggere
direttamente dagli europei riuniti in un unico corpo elettorale (a
differenza di quanto accade oggi quando si elegge il Parlamento
europeo) - e magari con il doppio turno di ballottaggio, secondo il
modello francese - un vertice politico di forte rilievo simbolico, ma
dotato altresì di poteri significativi. E cioè un Presidente
dell'Unione affiancato da un ministro degli Esteri e da un ministro
della Difesa da lui scelti.

Un ticket di tre personalità, insomma, con una delle tre in posizione
di evidente preminenza. Unica condizione, che ognuna appartenga a una
diversa area geopolitica delle tre che formano l'Unione: l'Europa
settentrionale, quella centrale, quella meridionale.

Quanto ai poteri e alle funzioni, il Presidente dovrebbe avere quelli
dell'attuale Presidente della Commissione opportunamente rafforzati e
ampliati, e in più un potere ulteriore dalla forte carica simbolica:
vale a dire il potere di veto - peraltro esclusivamente sospensivo e
dunque superabile con un nuovo voto di approvazione - nei confronti di
qualsiasi provvedimento adottato da un Parlamento nazionale.
Naturalmente bisognerebbe prevedere, come ovvia misura precauzionale,
la possibilità per una maggioranza dei governi degli Stati dell'Unione
di sfiduciare ovvero di mettere in stato d'accusa davanti al Parlamento
il Presidente o i suoi ministri per un eventuale abuso dei loro poteri.

Circa i quali si potrebbe pensare, per esempio, di attribuire al
responsabile della Difesa, unitamente al compito della lotta al
terrorismo, la formazione di uno specifico Ufficio di Stato Maggiore
volto a costituire e rendere operativo un embrione di reparti militari
autonomi sotto le bandiere della stessa Unione. Al responsabile degli
Esteri potrebbe essere affidata, invece, soprattutto la gestione del
flusso immigratorio con la miriade di questioni che esso implica.

Si tratta di proposte che avanziamo con la piena consapevolezza della
loro problematicità. Ma esse valgono soprattutto a riaprire una
discussione che oggi appare bloccata. Perché alla fine di una cosa
siamo sicuri: senza una discontinuità netta, senza rifarsi alla propria
identità profonda e senza un concreto salto in avanti di natura
istituzionale, il progetto dell'Unione è destinato a perdersi in
dispute vane e a vedere infrante le speranze da cui è nato.

martedì 13 settembre 2016

Una doppia Europa per salvare il progetto e governare la Brexit

Corriere della Sera del 12 Settembre u.s. -  Antonio Armellini

Realtà. Esistono due famiglie: una in direzione dell’identità politica, l’altra in una integrazione guidata dal mercato

Il coro è stato unanime: solo tornando allo spirito di Ventotene l’Europa potrà ripartire. Quella immaginata da Altiero Spinelli (presentato da più parti, chissà perché, come “ex comunista”, quando nel Manifesto di Ventotene di rivoluzionario c’è molto, ma di comunista nulla) ed Eugenio Colorni postulava il superamento dello Stato nazionale, considerato la causa principale d’instabilità e conflitti. Il movimento federalista non ha smesso, un po’ ammaccato, di ricordarlo, ma a Ventotene è proprio dagli Stati che si è partiti. Non si è sentita la voce europea della Commissione: al tempo di presidenti come Hallstein e Delors –o Prodi- sarebbe stato impensabile: nell’era di Junker è sembrato inevitabile . Tutto ciò non per delle geremiadi inutili, ma per cercare di capire di quale Europa stiamo parlando.

Complice la fuoriuscita britannica, Renzi ha ottenuto per l’Italia il posto di prima fila che cercava. Hollande e Merkel hanno presentato un’immagine di solidità europea che potrebbe tornare utile, in previsione di scadenze elettorali delicate: Il programma annunciato dal ponte della nave “Garibaldi” contiene tutte le giuste priorità; i tre Paesi s sono impegnati a realizzarlo in tempi brevi e ad illustrarlo al Vertice informale di Bratislava, il 16 settembre, per farne un impegno comune al prossimo Consiglio europeo. Come effetto di annuncio, niente da dire; fra il dire e il fare però…

Immigrazione, Schengen, euro, terrorismo, sicurezza, Brexit: che siano questi i temi su cui si gioca la sopravvivenza dell’Europa come soggetto politico autonomo, non sfugge a nessuno. Su come affrontarli le posizioni restano distanti e lo confermano le prime reazioni al viaggio della Merkel a Varsavia e nei baltici. Parlare di polizia e di frontiera europea quando il referendum ungherese sta gemmando molti epigoni, di difesa e di esercito comune quando Francia e Italia stanno su sponde distinte in Libia, rischia di diventare mera astrazione se prima non si definisce l’unità d’intenti su cui si dovrebbe operare. C’è il rischio di creare nuovi strumenti prima di averne definito il quadro politico, con una inversione logica tipica del processo comunitario, che in passato bene o male ha funzionato ma ora non più, come dimostra la vicenda dell’euro.

Una integrazione differenziata dovrebbe poter salvaguardare la dinamica europea, prevedendo tempi, strumenti e modalità diversi in funzione delle rispettive capacità e volontà politiche. Si tratta di un passo avanti importante, che tiene correttamente conto del fatto che non è possibile muovere tutti con la stessa determinazione e velocità, ma ha un limite. Tutti i modelli di cui si discute (ne ha parlato da ultimo anche il ministro Gentiloni) partono dall’assunto che l’obiettivo ultimo dell’integrazione differenziata rimane lo stesso: lontano e indefinito, ma comune. Che ci sia, in altre parole, un mantra europeo condiviso. Ma l’ “unione sempre più stretta fra i popoli” è stata consegnata all’archivio della memoria e quel mantra non c’è più.

E’ necessario compiere un passaggio logico ulteriore e prendere atto che nella UE coesistono non percorsi ma due “famiglie” politiche distinte: l’una in direzione di una identità politica comune e l’altra di una integrazione guidata dal mercato. Sono autonome, reciprocamente permeabili, ma conflittuali e si muovono lungo percorsi paralleli all’interno di una Unione Europea retta dai principi fondamentali della democrazia rappresentativa, dell’economia di mercato, dello Stato di diritto e delle libertà della persona. Consentire ad esse di operare con tempi, modalità e strumenti dettati dalle rispettive priorità rappresenta una forma più avanzata e sicuramente più efficace di “integrazione differenziata”, capace di superare le tensioni inevitabili fra diverse velocità all’interno di un percorso unitario (basti pensare al difficile rapporto fra ins e outs nell’euro).

Una simile “Europa di due” potrebbe massimizzare le opportunità di entrambe. Consentirebbe di perseguire l’Europa politica senza patire i vincoli di quanti privilegiano la sovranità statuale; di promuovere quella del mercato senza pagare lo scotto di una sovranazionalità rifiutata. Permetterebbe di testare i limiti dell’idea di Europa sovranazionale, verificando quanti fra coloro che la auspicano la vogliano davvero (cominciando dai diciannove dell’euro). L’Europa di due avrebbe potuto prevenire il trauma della Brexit e potrebbe governare meglio i seguiti. Così come potrebbe utilmente contrare nuove derive separartiste.

Arrivarci, vorrebbe dire superare il tabu di una revisione dei trattati che nessuno dice di volere. Sarebbe un’Europa diversa da quella di Altiero Spinelli ma, davanti allo sfacelo in cui rischia di sprofondare, lui sarebbe il primo a chiedere a gran voce di mettere da parte pregiudizi e timidezze e por mano ad una rifondazione dell’intero edificio.

domenica 11 settembre 2016

Fra le astuzie britanniche e la miopia tedesca

Il Messaggero, 11/09/2016

Europa al bivio

Romano Prodi

Dopo un breve periodo di sonno estivo la politica europea si è messa a
correre. Venerdì scorso i responsabili dei Paesi del sud Europa si sono
riuniti ad Atene per chiedere più flessibilità e quindi maggiore
possibilità di crescita. Un incontro che avrebbe dovuto avvenire anni
fa ma che non era mai avvenuto. Il fatto importante è che venerdì ad
Atene, insieme ai "poveracci" del Sud, vi erano anche i francesi. Forse
per questo motivo la reazione tedesca è stata di una violenza
inusitata, con espressioni quasi minacciose da parte del capogruppo
della Cdu Weber e del ministro dell'economia Shaeuble.

Essi hanno subito ribadito che di flessibilità ne hanno già concessa
abbastanza e che le regole vanno rispettate, dimenticando il danno del
mostruoso surplus commerciale tedesco che, da anni al di sopra di ogni
regola comunitaria, rende molto più difficile la capacità di ripresa
degli altri Paesi. Non si apre quindi bene la settimana europea che
vede domani, come primo round, l'audizione di fronte al Parlamento
Europeo del rappresentante inglese per discutere della Brexit. Quanto
gli inglesi valutino quest'incontro è dato dal fatto che di fronte al
Parlamento non arriverà il Primo Ministro Britannico ma un funzionario
di grado non primario, a dimostrare che la strategia inglese è quella
di tirare in lungo fino all'infinito le trattative, sfiancando i già
divisi partner europei. E portando avanti per proprio conto una serie
di politiche (come gli accordi commerciali con Australia e Corea) che
sono riservate esclusivamente alla competenza dell'Unione Europea. Per
anni avremo quindi la Gran Bretagna dentro e fuori dall'Unione a
seconda di quello che le conviene, valendosi di un formalismo giuridico
che diviene forte per effetto delle divisioni tra i membri dell'Ue.
Come ha vigorosamente sostenuto la parlamentare europea Sylvie Goulard,
questo modo di procedere è incompatibile con qualsiasi interpretazione
dell'interesse comune. Il vero problema è che si è perso l'interesse
comune.

Per tutti questi motivi attendiamo con una certa attenzione la
conferenza stampa che il Presidente della Commissione Juncker farà
martedì. Le indiscrezioni hanno infatti sussurrato che Juncker proporrà
di togliere dal patto di stabilità una serie di spese nel settore della
ricerca e degli investimenti. Se questo avvenisse la reazione tedesca
dovrebbe essere ancora più forte di quella manifestata nei confronti
dell'incontro di Atene e metterebbe in rilievo una divisione formale e
sostanziale fra i Paesi del Sud (in questo caso con l'appoggio della
Commissione) e la Germania che, insieme all'Olanda e alla Svezia, guida
la politica di austerità che sta soffocando l'Europa.

Di questo e del Brexit si dovrà quindi discutere venerdì prossimo nel
momento-clou della settimana europea, al vertice del Consiglio di
Bratislava. Anche se a tutt'oggi non si dispone ancora di un'agenda di
quest'incontro di cui tutti parlano da mesi, credo che sia inevitabile
che ci si debba almeno confrontare su due punti.

Il primo è se si può andare avanti per tre o quattro anni a discutere
su come la Gran Bretagna dovrà uscire dall'Unione, con il Primo
Ministro Britannico che, mentre ripete che Brexit significa Brexit, si
rifiuta di cominciare i negoziati prima del prossimo anno e, intanto,
agisce come se la Gran Bretagna fosse già fuori dall'Unione. Possiamo
andare avanti tre o quattro anni con quest'asimmetria? Non è l'ora di
elaborare una dottrina generale per tutti i Paesi che, pur non essendo
membri dell'Unione, hanno con noi rapporti stretti ed amichevoli? E
quindi in primo luogo con la Gran Bretagna, ma senza pensare che essa
possa essere nello stesso tempo dentro e fuori dall'Unione Europea!

In secondo luogo a Bratislava, anche in conseguenza della riunione dei
Paesi del Sud Europa, non si potrà ancora rimandare il necessario
chiarimento sulla politica economica europea. Finora si è lasciato il
compito di salvare il salvabile alla Banca Centrale Europea. Essa ha
svolto il suo lavoro in modo egregio ma è ormai chiaro che la Bce è in
grado di costruire dei paracadute ma non degli aeroplani. Tuttavia,
senza una nuova politica, l'Europa non volerà mai.

Qui non si tratta solo di formalismi giuridici ma di decidere se può
essere nell'interesse generale che l'Europa continui ad essere il
fanalino di coda dell'economia mondiale mentre la Germania conserva da
anni un surplus della bilancia commerciale di oltre 300 miliardi di
euro. Un attivo che si avvicina ormai all'intero Prodotto Nazionale di
un Paese come il Belgio, e si accompagna ad un surplus del bilancio
statale di oltre 27 miliardi, pur non essendo la Germania gravata da
alcun problema di debito.

So benissimo che la Germania si può permettere questo in conseguenza
delle sue virtù e non dei suoi vizi ma chi pretende di esercitare la
leadership in Europa deve rendersi responsabile dell'interesse generale
e non solo degli umori del proprio elettorato. Credo perciò che le
parole di disprezzo pronunciate dai leader tedeschi siano frutto del
fatto che essi non erano ad Atene a vedere direttamente come è stato
ridotto alla miseria un Paese che ha perso oltre un quarto del proprio
reddito. Eppure bastava che avessero fatto il percorso dall'aeroporto
di Atene fino al centro della città, dove tutto è in vendita e nessuno
è in grado di comperare. E tutti sanno che sarebbero bastati due soldi
e un poco di saggezza per evitare un danno che si ripercuote su tutti
noi e che traccia un'ombra sul futuro dell'intera Europa, Germania
compresa. A Bratislava sarà quindi opportuno riflettere anche sul fatto
che non vi può essere leadership senza saggezza.

giovedì 8 settembre 2016

Ue, una tassa unica per tutti i Paesi


Dopo il caso Apple, l'Unione europea torna alla carica per far approvare un'aliquota unica per le imprese, in qualsiasi Paese operino

MILANO - Sull'onda del caso Apple, la Commissione Ue ha deciso di rilanciare la proposta per creare una base imponibile comune (Common consolidated corporate tax base o CCCTB), ferma in Consiglio dal 2011. La proposta 'aggiornata' arriverà tra fine ottobre e metà novembre, e sarà diversa dalla precedente, con un approccio in due fasi: nella prima si troverà una definizione comune di 'profitti tassabili', e nella seconda si stabilirà una formula per tassarli in modo equo nei diversi Stati Ue.
La differente tassazione dei redditi di impresa e la possibilità per le grandi aziende di definire attraverso accordi privati con gli Stati (tax ruling) quali utili e come tassarli ha creato una sorta di guerra tra i vari governi per accaparrarsi le sedi delle multinazionali. L'Irlanda, ma anche il Lussemburgo, sono da tempo i più agguerriti su questo fronte. Ma non sono da meno neanche Inghilterra e Olanda. C'è chi toglie le tasse dai brevetti, chi dai dividendi e chi dai marchi. Il fine per tutti è attirare gli utili delle imprese. Ora la Ue per porre fine a questa guerra senza frontiere sta rivitalizzando alcune proposte già avviate in passato. Del resto una tassazione unica e chiara sarebbe vista con favore anche dalle imprese stesse che nella loro voglia di globalizzazione preferiscono un ambiente con il diritto certo.

La Commissione Ue aveva in programma già da un anno di rilanciare la proposta sulla CCCTB, ma non aveva incontrato il favore di molti Stati membri. Ora, sull'onda dei casi Apple, Fiat, Starbucks e Amazon, Bruxelles ci riprova sperando che stavolta possa incontrare un'accoglienza meno ostile. Anche questa proposta, però, non risolve il problema delle diverse aliquote, perché ogni Stato potrà comunque decidere da solo quanto tassare i profitti delle imprese. Ma cerca almeno di armonizzare un settore dove oggi regnano differenze molto grandi, che spianano la strada a quella che viene chiamata 'pianificazione fiscale aggressiva', attraverso la quale le multinazionali evitano di pagare i profitti nei Paesi dove vengono generati. Principio che invece Bruxelles vuole ristabilire.
La proposta che arriverà tra poco più di un mese punta a creare prima una base comune, cioè si deciderà quali profitti tassare. Già questo dovrebbe rendere meno conveniente per le imprese spostare le proprie attività in diversi Paesi Ue. Poi, si stabilirà una formula grazie alla quale si stabilirà matematicamente quanti profitti tassare in un Paese e quanti in un altro. La formula terrà conto della grandezza dell'azienda multinazionale, del numero di lavoratori, del tipo di attività delle filiali e di altre specificità.

Mogherini: "Dopo Brexit niente più scuse Ora può nascere la Difesa europea"

la Repubblica, 08/09/2016





ANDREA BONANNI

BRUXELLES Federica Mogherini ha poco più di quarant'anni, ma insegue
un sogno molto più vecchio di lei. «Per la prima volta dopo il
fallimento della Ced, nel 1954, credo che si sia aperta una finestra di
opportunità per dare vita ad una Difesa europea», spiega l'Alto
rappresentante per la politica estera e di sicurezza della Ue, che tra
poco presenterà il suo progetto ai capi di governo al vertice di
Bratislava.

Di un fantomatico esercito europeo si parla da decenni, ma non si è mai
fatto molto. Perché adesso è così ottimista?

«È bene chiarire che non parliamo di esercito europeo, ma di Difesa
europea: qualcosa che possiamo davvero fare, concretamente, da subito.
A giugno, all'indomani del referendum britannico favorevole alla
Brexit, ho presentato ai leader europei la mia proposta di "Global
Strategy", che va dalla politica estera a quella di sicurezza e di
difesa. È stata una scelta di tempi consapevole. Volevo mandare il
messaggio che, nonostante la defezione britannica, l'Europa può e deve
andare ancora più avanti nel processo di integrazione. Nel dibattito
che la proposta ha aperto nelle capitali è emerso un consenso
generalizzato sulla necessità di avanzare in questo campo. Mi sembra un
cambiamento epocale. Dopo che negli anni Cinquanta era fallito il
progetto della Ced, la Comunità europea di difesa, molti governi si
erano convinti che quello militare fosse uno degli ultimi baluardi
della sovranità nazionale».

E invece?

«Invece, se si guarda ai sondaggi di opinione, le preoccupazioni
principali degli europei sono due: economia e sicurezza. Ma la
sicurezza interna implica anche una dimensione esterna, una capacità di
difesa. E questo secondo me è uno dei grandi cantieri su cui far
ripartire il processo di integrazione. In fondo l'Europa si è costruita
per ondate tematiche successive. Prima il mercato unico. Poi la moneta,
con l'Euro. Quindi la libera circolazione, con Schengen. Adesso è
arrivato il momento di mettere le basi per una Difesa comune».

In questa svolta quanto pesa la decisione britannica di uscire dalla
Ue?

«Molti hanno pensato che la prospettiva della Brexit offrisse
l'opportunità di non essere più frenati dal Paese che si è sempre
opposto con maggiore determinazione all'idea di mettere in comune gli
strumenti di Difesa. La mia sensazione è che la futura uscita della
Gran Bretagna dalla Ue abbia tolto un comodo alibi dietro cui molti si
nascondevano. Quando nel corso della storia europea Londra ha messo
veti all'integrazione militare, non si è mai trovata da sola».


Cosa dice a chi obietta che parlare di Difesa europea senza la Gran
Bretagna sarebbe come parlare di moneta unica senza la Germania?

«Londra è sicuramente un "peso massimo" in Europa in termini di difesa,
sicurezza, politica estera e aiuti allo sviluppo. Ma proprio per questo
è chiaro a tutti che, senza il Regno Unito, il ruolo dell'Europa nel
mondo può essere efficace solo con una maggiore integrazione proprio in
questi campi».

Ci può spiegare il suo progetto?

«In questa fase, ci vogliamo attenere a cose molto concrete, che
possono essere fatte senza bisogno di toccare i trattati ma che non
sono mai state attuate, anche se l'Unione europea già oggi è impegnata
in ben diciassette operazioni militari e civili in campo
internazionale. La mia intenzione è di presentare ai governi un menù di
azioni possibili fin da ora. Poi vedremo chi vorrà partecipare, e a
quali iniziative.
L'idea è che, se qualcuno ha dubbi o riserve, gli altri possano andare
avanti con una cooperazione rafforzata permanente. Anche se devo dire
che, nei colloqui che ho avuto finora, nessuno mi ha detto di no».

In pratica quali saranno le proposte?

«Primo: i "battlegroups». Sono unità multinazionali europee di
intervento rapido. Esistono già da anni, lavorano e si addestrano
insieme. Ma non sono mai stati utilizzati sul terreno. Potremmo e
dovremmo decidere di farne uno strumento da utilizzare dove e quando
serve un intervento europeo immediato. Secondo: ricorrere all'articolo
44 del Trattato, che prevede la possibilità di delegare ad un ristretto
gruppo di Paesi il compito di condurre azioni militari in nome e per
conto di tutta l'Unione. Anche questo articolo non è mai stato usato.
Terzo: creare a Bruxelles un Quartier Generale comune che gestisca
tutte le operazioni militari e civili presenti e future. Potrebbe
diventare il nocciolo attorno al quale costruire una struttura comune
di Difesa. Quarto: mettere insieme le risorse per i giganteschi
investimenti che sono necessari nel settore della Difesa».

E i tempi?

«Partiamo subito. Anzi, siamo già partiti. Ho presentato agli Stati
membri e alla Commissione queste idee. Il primo traguardo potrebbero
essere le celebrazioni di marzo prossimo per il sessantesimo
anniversario dei Trattati di Roma, che non possono essere una liturgia
vuota. E partiremo con chi ci sta. Riprendiamo un progetto abbandonato
tanti decenni fa, quando i padri fondatori pensavano che l'Europa si
dovesse costruire prima di tutto sulla Difesa. Oggi l'Unione europea
sta attraversando un momento cupo, in cui tutto sembra andare in crisi
e in cui si finisce per perdere di vista anche gli strumenti che
abbiamo già a disposizione e che non utilizziamo. Vedo per la prima
volta aprirsi una grande opportunità. E credo sia nell'interesse dei
cittadini europei coglierla».

domenica 28 agosto 2016

La svolta liberista dell'Islanda

Commento mio:

Nel Mondo Globale l' #Autarchia è di breve durata, almeno per i piccoli Stati come l' #Islanda. I grandi Stati (come l' #Europia o la Cina o l' Amerikia [= gli USA]) potrebbero permettersi un maggior protezionismo, ma di certo non un isolazionismo #economico assoluto.

Sotto: articolo de www.repubblica.it

Islanda, svolta liberal: sarà di nuovo possibile comprare immobili e valuta esteri

Islanda, svolta liberal: sarà di nuovo possibile comprare immobili e valuta esteri
Reykjavik 
Dopo otto anni di shock economico, l'isola dei vulcani torna alla normalità finanziaria: il governo verso l'abolizione dei controlli sui capitali introdotti dopo il 2008


REYKJAVIK - Svolta liberal per l'economia islandese, otto anni dopo lo shock tremendo che l'isola dei vulcani, dei Geyser, della bella letteratura e del calcio che sorprende incassò dalla crisi finanziaria globale del 2008, e a pochi mesi dalle elezioni politiche di ottobre. Il governo di centrodestra al potere (colpito dallo scandalo dei Panama papers in primavera) ha annunciato un grande passo in avanti verso l'abolizione dei controlli sui movimenti dei capitali introdotta dopo il 2008.

Le proposte, ora al vaglio dell'Althingi, il Parlamento islandese, riguardano più i cittadini della splendida isola che non gli investitori stranieri. Ma sono un primo passo importante, e potrebbero avere grandi effetti positivi anche per chi vuole investire nel paese. Secondo il pacchetto lanciato dal governo, gli islandesi si vedranno restituire il diritto (abrogato dopo lo shock del 2008) di investire in proprietà immobiliari e di altro tipo all'estero, e di acquistare senza limiti valuta estera per viaggi nel mondo. Se l'Althingi darà il suo ok, spiega Mar Gudmundsson, governatore della Banca centrale, alla Reuters, entro l'inizio del 2017 la maggioranza degli islandesi sarà di fatto libera da restrizioni. E risentirà di grandi benefici, nell'attività economica come nella vita quotidiana. Dall'inizio dell'anno prossimo, verrà revocato in base almeno alle proposte governative anche l'obbligo di depositare presso l'authority di controllo pubblica islandese ogni possesso di titoli stranieri.

E' una svolta che appena due anni fa appariva lontana. Attualmente l'economia della bella Islanda, rilanciatasi da sola con turismo, economia internet, ecologia, cresce di oltre il 4 per cento annuo, la disoccupazione è ai minimi storici, e la caccia alla forza-lavoro straniera qualificata vola, visto che con appena 330mila abitanti l'Islanda accoglie ogni anno oltre 2 milioni di turisti. E al tempo stesso, con ben due linee aeree (tante per un paese con meno del dieci per cento degli abitanti di Roma o della grande Milano, hinterland compreso) guadagna alla grande offrendo - con Icelandair e Wow - voli pratici da low cost (ma di qualità Lufthansa) Europa-Nordamerica. Magari con una sosta a Reykjavìk per godersi la Laguna Blu, la natura, la vivace movida giovanile della capitale, i concerti rock internazionali frequentissimi alla Harpa, la filarmonica di gran stile architettonico a fianco del porto.

Ma soltanto nel 2008 e negli anni successivi tutto era ben diverso, e la dolce vita oggi tornata sembrava impensabile. Lo shock della crisi finanziaria fece fallire le tre principali banche del paese, il pil crollò in pochi mesi del 60 per cento. Trauma insomma molto più brutale di quello greco. Infatti l'ondata di fallimenti d'aziende e di suicidi di disperati è ancora oggi narrata dalla vivacissima letteratura del paese che ha il più alto numero di scrittori per abitante al mondo, come dramma nazionale. Gli islandesi, esterni alla Ue, non chiesero aiuti: si rimisero in piedi da soli. Con un rigore brutale e una svalutazione selvaggia della corona. E appunto con controlli draconiani sui capitali. Adesso provano a uscire del tutto dal tunnel. Certo, è chiaro che con la liberalizzazione il debole governo di centrodestra spera di non dover perdere le elezioni e di non dover cedere il potere ai Pirati guidati dalla vivace, spiritosa e gothic-appealing Birgitta Jonsdottìr, primo partito nei sondaggi. Eppure, come che sia, auguri, cari vichingi eroi simpatici degli Europei di calcio!

mercoledì 24 agosto 2016

Effetto Ventotene

da www.unita.tv
l'Unità, 24 agosto 2016

Sandro Gozi
Da Ventotene è partita la sfida ai populismi e agli estremismi distruttori e anti-europei
  
Visione e concretezza: questo è stato il Vertice di Ventotene. Visione: di tre leader che in un momento particolare e straordinario per l’Unione hanno deciso di assumersi responsabilità particolari e straordinarie. Concretezza: delle soluzioni – per la sicurezza, i giovani e la crescita – delineate in vista di Bratislava. Non è vero che Ventotene sia “s olo” un simbolo. È stato un progetto politico visionario e coraggioso e deve tornare ad esserlo. Li dove i padri fondatori dell’Europa scontarono la “c o l p a” di essere antifascisti e ci regalarono il Manifesto di Ventotene, Matteo Renzi, Angela Merkel e François Hollande hanno assunto impegni importanti. C’è chi per partito preso, per convenienza o sciagurata convinzione dirà che quello di Ventotene è stato un summit fatto di belle parole ma pochi fatti, di demagogia, di simboli vuoti. Peccato che i simboli siano importanti. Guai a non averne cura. Sono la cura contro il cinismo sfrenato, contro una società senza radici, contro una politica senza memoria. Ventotene ci ha di nuovo ricordato che prima dell’Europa unita c’era la guerra, le dittature nazifasciste, le storture del nazionalismi.

E proprio da Ventotene è partita la sfida ai populismi e agli estremismi distruttori e anti-europei. Matteo Renzi su questo è stato molto netto: per loro l’Europa è la causa di tutti i mali, per noi è la possibile soluzione. Ma va cambiata. Deve essere molto più vicina ai cittadini e alle loro preoccupazioni. Ecco perché le soluzioni concrete: dal rafforzamento del Piano di investimenti europeo per digitale, innovazione, cultura e del programma Erasmus al corpo di polizia delle frontiere esterne, a battaglioni militari europei e alla cybersicurezza per lottare contro il terrorismo islamista. Politiche che vanno adottate subito, a Bratislava. Perché servono a ridare credibilità al progetto europeo e anche a rompere con una riluttanza ormai del tutto obsoleta a mettere l’UE pienamente al servizio della sicurezza e della difesa. Sorprendente, se pensiamo che anche a Roma come in altre capitali, sino poco tempo fa, c’era chi affermava che la sicurezza sarebbe stato l’ultima fase dell’integrazione. Per fortuna, i tre leader hanno dimostrato molta più lungimiranza di molti altri e hanno perfettamente capito che oggi o l’Europa garantisce il diritto alla sicurezza a tutti gli europei oppure gli europei le gireranno definitivamente le spalle, e a buon diritto!

Lo stesso vale per i giovani: abbiamo strumenti utili per contrastare la disoccupazione e moltiplicare le opportunità di cittadinanza e di cultura, come la garanzia giovani e soprattuto il programma Erasmus. Rafforziamoli allora, e mettiamo nuove risorse a disposizione: per questo, dovremo rivedere il bilancio multiannuale dell’Unione, entro la fine di quest’anno. Altrimenti i giovani continueranno a percepire l’Unione sempre più solo come un moltiplicatore di vincoli, e le saranno sempre più indifferenti quando non ostili. Infine, prima l’Europa era muta di fronte all’immigrazione.

Oggi finalmente ha preso impegni importanti, sulla carta: devono diventare rapidamente fatti concreti, a cominciare da un nuovo rapporto basato su sviluppo economico e impegno comune per l’immigrazione tra Europa e Africa. Non c’è più nulla da decidere: ma tutto da attuare. E va fatto molto rapidamente. Insomma, tra le tante cose che nel decennio perduto dell’austerità sono mancate all’Europa tecnocratica, c’era l’idea di condivisione. Di valori, cose, persone, economie e culture. Certo condivisione significa concessione oltre che partecipazione. Significa lavorare al bene comune cedendo un pezzo del proprio potere, autonomia, indipendenza.

E’ un processo lungo e difficile lo sappiamo bene e lo vediamo ogni giorno, ma non per questo dobbiamo rinunciarvi. È un processo per cui tutti i governi devono impegnarsi al massimo, perché ne va del nostro e futuro e del futuro dei nostri figli. Ed è un processo aperto e inclusivo che si rivolge a tutti coloro che vogliono parteciparvi. L’Unione non ha bisogno di nuovi assi o di nuove divisioni. Ha bisogno di ricostruire il senso di comunità. Ma non può neppure permettersi altri passi falsi o battute d’arresto. Per questo, da ieri è finito anche il tempo dei veti.

Nessuno sarà obbligato a partecipare ma a nessuno sarà consentito di bloccare il processo di rilancio europeo, soprattutto dopo la B re x i t . Ecco allora l’importanza dell’incontro di Atene in settembre, su iniziativa di Tsipras, tra tutti i leader dell’E u ro p a del Sud a partire da Renzi e Hollande. Per ribadire, come è stato fatto ieri sulla nave Garibaldi, e come ci ha insegnato Aldo Moro, che non dobbiamo scegliere tra Europa e Mediterraneo perché “l’Europa è Mediterraneo”. Ecco anche l’utilità dei vari incontri con i paesi del Nord e dell’Est, che farà la Cancelliera tedesca in vista Bratislava.

Ed ecco l’importanza di un pieno coinvolgimento delle istituzioni UE, per assicurare reale impatto e solida continuità al nuovo corso. Ventotene è stato una tappa importante di un cammino che ora da Bratislava dovrà portarci sino al 2017. Anno dei 60 anni del trattato di Roma. Dei 30 anni del programma Erasmus. E che dovrà essere ricordato come l’anno di un nuovo Patto Politico per la nostra Unione. Questo è il senso della sfida che abbiamo davanti. Difficilissima, certo. Ma anche entusiasmante. E decisiva per il nostro futuro comune.